Ecco un paio di ragionevoli dubbi sulla bontà delle misure anticrisi promosse da Bruxelles
Nonostante le ripetute dichiarazioni di interessamento per le difficoltà della Grecia, non è chiaro se c’è qualcosa di nuovo sotto il sole europeo o siamo “alle solite”. Viene il sospetto che si ripeta quello che un illustre analista politico ha ieri efficacemente chiamato il metodo politico del “copia-incolla”. di Paolo Savona
17 AGO 20

Nonostante le ripetute dichiarazioni di interessamento per le difficoltà della Grecia, non è chiaro se c’è qualcosa di nuovo sotto il sole europeo o siamo “alle solite”. Viene il sospetto che si ripeta quello che un illustre analista politico ha ieri efficacemente chiamato il metodo politico del “copia-incolla”. La Grecia riceve manifestazioni di solidarietà dettate dalle preoccupazioni per gli effetti che un suo default causerebbe sulla credibilità dell’euro o, alternativamente, sui bilanci pubblici nazionali. A Portogallo, Spagna e agli altri paesi europei “esposti” toccherà la stessa sorte. Il professor Otmar Issing, che è stato uno dei più influenti ispiratori della miopia istituzionale entro cui l’Europa è costretta a vivere, ha subito avvertito che un intervento diretto a favore della Grecia aprirebbe un varco nella diga, causandone il crollo. Forse è il caso che lui e gli altri che la pensano come lui, rimeditino la logica politica ed economica sottostante al Piano Marshall. Questa valutazione, tutta tecnica e per niente politica, è il baco che sta corrodendo il disegno europeo dei Padri fondatori e la possibilità che l’Unione europea conti nel ridisegno in corso degli equilibri globali.
E’ ormai chiaro che il Trattato di Maastricht non era un accordo per mettere in comune le sorti del Vecchio Continente, ma una bardatura istituzionale per evitare che i paesi lassisti ricorressero all’ingegneria economica (inflazione, svalutazione, sussidi e marchingegni simili) o alla “fantasia contabile” per guastare il mercato nel quale prosperano i paesi più rigorosi. L’idea, anche per l’Italia, era che il vincolo esterno inducesse comportamenti virtuosi; la qualcosa era tutta da dimostrare e, infatti, non ha avuto riscontro. Né il caso greco si può dire tipicamente europeo, perché negli Stati Uniti il rapporto debito pubblico/pil, se calcolato come noi europei lo calcoliamo, tocca il 100 per cento, tanto che le società di rating, che prima della crisi ne hanno combinato più di Bertoldo in Francia, cominciano a parlare di rivedere il triple A, il massimo delle loro valutazioni positive, assegnato al debito americano.
Il problema per l’Unione europea è quello sottolineato da John Maynard Keynes all’atto della pubblicazione della sua Teoria generale: per una nuova impostazione politica dell’economia, il difficile è uscire dalle idee degli economisti defunti. Siccome anche Keynes è tale, il problema è oggi quello di uscire dalle idee degli economisti viventi. Il mondo è cambiato e, ora, il problema per gli europei non è solo di abbattere le bardature monetarie e fiscali del Trattato di Maastricht ideate prima della caduta del Muro di Berlino (anche se maturate dopo), ma di darsi una costituzione economica adatta ad affrontare i problemi che pongono i paesi di nuova industrializzazione, la sfida musulmana e la globalizzazione degli scambi e delle scelte di investimento.
La soluzione intravista per la Grecia è la deflazione fiscale e la disoccupazione, senza che si legga un rigo su quello che potrebbe accadere alle economie degli altri stati-membri nell’attuale già stentata ripresa. Si è deciso che l’aggiustamento dei conti pubblici greci verrà sottoposto a uno stretto controllo da parte della Commissione di Bruxelles, ossia a una “tutela politica” delle scelte fiscali di quel paese, per la quale è stato già usato non a caso il termine “commissariamento”. Tutto ciò ha i crismi propri di una nuova versione del colonialismo di passata memoria, anch’esso ispirato all’idea di trasmettere i valori superiori di una “civiltà” rispetto a un’altra.
Così come nel mondo abbiamo bisogno di una nuova Bretton Woods, in Europea necessitiamo di una nuova Maastricht, anche se la definizione richiama i risultati positivi dell’accordo del 1944 senza che il Trattato del 1992 ne possa vantare di simili. I tratti di una riforma sono quelli già indicati su queste stesse colonne: un solo parlamento democratico e sovrano; un allargamento dei compiti della Bce, quanto meno in materia di cambio estero dell’euro; una politica fiscale comune, quanto meno nell’attuazione delle grandi reti infrastrutturali europee. Se non vi fosse spazio per la prima indispensabile decisione, si attuino almeno le altre due, come raccomanda autorevolmente anche il professor Alberto Quadrio Curzio. Se si vuole invece mantenere lo status attuale, ogni paese europeo si dovrà ritenere libero di decidere le alleanze che ritiene opportune. Così non si può proprio andare avanti.
di Paolo Savona